Currently on jamendo: Discover the jamradios

Facebook

June 20th, 2009 by Insula Dulcamara

Ci trovate anche su facebook…. http://www.facebook.com/pages/Insula-Dulcamara/49132986669?ref=ts

Recording Session

April 14th, 2009 by Insula Dulcamara

Nel mese di maggio – dal 18 al 22 – l’Insula Dulcamara sarà  nello studio Ingredienti Sonori per registrare e missare 4 nuovi brani che andranno a comporre un nuovo EP.

3 o 5?

March 9th, 2009 by Insula Dulcamara

Piccola rettifica: il concerto di sabato 14 marzo al Cellar Theory di Napoli non sara’ piu’ in trio, bensi’ in formazione completa. Accorrete numerosi….

Recenti riflessioni su autoproduzione e dintorni

March 5th, 2009 by Insula Dulcamara

Da sempre, nella scena punk/HC si fa un gran parlare di do it yourself e autoproduzione: tutti sono fieri di praticarla e ogni anno in nome di d.i.y. e autoproduzione si organizzano festival e meeting che rivendicano l’indipendenza della scena rispetto al circuito musicale ufficiale. Tutto sembra funzionare finché non ci si pongono delle domande. Mi è capitato di incontrare ragazzi coinvolti nell’autoproduzione musicale che si trovano a valutare l’efficacia della propria scelta autoproduttiva in termini di vendite, di costi, di ricavi, insomma secondo i parametri di una qualsiasi attività commerciale, ove ad una spesa corrisponde un profitto e dove la qualità di un’iniziativa è proporzionale al profitto che determina. E allora accade che ci si lamenti della scarsa coesione tra le realtà che animano la scena d.i.y., che si vendono pochi dischi perché la gente non li compra, che spesso gli auto-prodotti non hanno la qualità per essere “concorrenziali”, che ci vorrebbe un sistema di distribuzione più efficace… In questo modo si finisce per essere ingurgitati dai meccanismi che muovono ciò che si vuole osteggiare: il sistema, il mercato, la mercificazione dell’esistenza e dell’arte. In altri casi, altrettanto sterili e mortificanti, ho visto sbandierare acriticamente l’autoproduzione musicale come un valore assoluto, che puzza tanto di alibi dietro al quale si cela il desiderio frustrato di far parte di un qualche, seppur miserabile, music business.
Il fatto è che se si assimila l’autoproduzione ad una forma d’imprenditoria e di auto-promozione essa si riduce ad un’attività commerciale/promozionale di serie Z priva di speranza nel moderno mercato cannibale. Dall’altra parte, se si riduce l’autoproduzione allo stampare in proprio i dischi, pensando che ciò basti a giustificarne la bontà, si finisce per chiedersi, prima o poi, se essa abbia veramente senso. Il fatto è che l’autoproduzione, nell’ambito strettamente musicale, si riduce a mera produzione di manufatti di consumo nel momento in cui si riduce il punk/HC ad un semplice genere musicale. Se ciò che conta è solo la musica, allora lo scopo dell’autoproduzione diventa una forma di promozione musicale che, per quanto si sforzi di utilizzare canali alternativi rispetto a quelli comunemente intrapresi, risulta essere una banale impresa di tutela e sostegno di una produzione musicale di nicchia.

Io parto da un presupposto: per me la musica autoprodotta ha fascino solo se rappresenta una reale alternativa culturale rispetto a ciò che offre il mercato ufficiale. Non un surrogato, non un altro posto dove andare nel quale poi trovo le stesse regole e le stesse ovvietà che mi opprimono quotidianamente. Mi sto rendendo conto che, nella scena, parole come “creatività”, “comunicazione”, “arte” si usano sempre meno, a vantaggio di altre come “ignoranza” e “divertimento”. Tant’è che la gente ai concerti fa sempre più fatica ad acquistare dischi, ‘zine e libri, mentre non trova alcuna difficoltà a spendere decine di euro in birra. Riflettere su ciò che ci circonda, mettere in discussione alcune ovvietà, sforzarsi di smascherare i pregiudizi culturali, avviare una seria riflessione sul non-pensato… Autoproduzione e d.i.y così come sono oggi non mi piacciono più come un tempo: vorrei quindi fare un passo indietro e riflettere sulla complessa trama di valori e scopi che l’autoproduzione porta con sé.

Per me autoproduzione è riflesso di una cosciente attitudine critica verso l’esistente. L’urgenza di attuare un approccio critico verso la realtà circostante è una spinta alla conservazione della propria autonomia, in un contesto che tende drammaticamente ad uccidere il pensiero e la fantasia. Autoproduzione non può ridursi ad una semplice detenzione dei mezzi di produzione e distribuzione, e quindi ad un’indipendenza “materiale”; a quest’ultima va necessariamente affiancata un’indipendenza “culturale”: costruire un sistema di valori e prassi che vìolino apertamente e coscientemente quelli che imperano nella moderna società dei consumi. Ciò implica inevitabilmente l’essere creativi e ambiziosi (non ignoranti e spensierati). L’imperativo di chi sospetta che le leggi del mondo non siano immutabili e che valga la pena aggredire l’esistente anziché subirlo, è uno solo: pensare e formulare alternative; folli, provocatorie, improbabili che siano. E possibilmente metterle in pratica. Leggere l’antagonismo come incessante spinta critica, come opera mai conclusa di decostruzione/ricostruzione dell’esistente, e non come opposizione militaresca ad un nemico pantagruelico, è un buon modo per praticarlo in modo intelligente. In questa prospettiva, l’autoproduzione non si deve, innanzitutto, porre come arma attraverso la quale smantellare l’egemonia delle multinazionali della cultura, dato che per combattere il nemico si finirebbe per utilizzare le sue armi e le sue strategie; piuttosto l’autoproduzione deve delinearsi come pratica in grado di contraddire e capovolgere prassi e gerarchie che sono proprie del sistema capitalistico nel quale viviamo, rappresentando una dimensione autonoma e rivendicando, in ogni momento, la propria estraneità rispetto ad esso. Poniamo l’attenzione insomma su ciò che l’autoproduzione, nella sua pratica, distrugge piuttosto che su quello che essa costruisce (il prodotto): sulla sua azione controculturale, sulla libertà che ha di infrangere regole e spezzare catene. Autoproduzione travalica il semplice fatto musicale o artistico per intraprendere un’opera di demolizione delle prassi e delle convenzioni di cui siamo schiavi. Autoprodurre significa produrre in modo “illogico”, ovvero fuori dalle regole che la società dei consumi impone spacciandole per eterne. E più essa è illogica, più infrange standard anziché definirne, più si muove “aldifuori” del terreno coltivato e delle strade asfaltate, più è efficace e funzionale allo scopo.

E’ necessario quindi comprendere che l’autoproduzione incorpora una rete di significati che vanno individuati, chiariti e soprattutto esplicitati attraverso la prassi. Per esempio: il rifiuto della proprietà artistica, il rifiuto della divisione del lavoro, la demistificazione dell’industria culturale, la riappropriazione della creatività, l’uso della pratica artistica a scopi esistenziali, il rifiuto del prezzo imposto e in generale del denaro stesso, rifiuto della pratica artistica come imitazione di modelli, l’autogestione del prodotto artistico e il rifiuto della figura dell’artista così come è concepito nella nostra cultura occidentale e borghese, compresa ogni forma di mitizzazione ed idolatria. Rifiutare la proprietà come privilegio reale di pochi, preferendo un concetto di proprietà collettiva dai limiti cangianti, significa per l’autoproduzione rifiutare il diritto d’autore in quanto invenzione dell’industria borghese della cultura per tutelare sé stessa e il profitto legato allo sfruttamento dell’artista; e quindi anche rifiuto di quest’ultimo, nella sua accezione di creatura sensazionalistica che l’industria plasma a proprio piacimento. Egli s’illude di essere “produttore”, quando è egli stesso prodotto mercificato, l’oggetto sugli scaffali dei supermercati. Il prodotto che l’industria vende non è la canzone della cantate pop, ma la stessa cantante-feticcio, reificata e resa merce adatta a solleticare l’interesse distratto delle masse. Demolire la figura dell’artista modellata dalla cultura ufficiale è un primo importante passo per entrare in sintonia con l’autoproduzione come arte “extra-ordinaria” e “illogica”, che si fa prassi critica e progetto politico. Prima di scegliere i propri strumenti e i propri linguaggi, la pratica artistica che voglia porsi criticamente nei confronti dell’esistente è chiamata ad un’impresa ben più ardua: riflettere sui pregiudizi e le ovvietà con le quali ciascuno di noi si approccia alla produzione artistica; tali ovvietà orbitano, ad esempio, attorno alla mitologia dell’artista raccontata dai mass media e dall’industria della (pseudo)cultura popolare, dalla quale tutti, incantati e affascinati, più o meno coscientemente traiamo ispirazione per le nostre fantasie. Da rifiutare, se vogliamo essere realmente alternativi, è innanzitutto il carattere autoreferenziale del gesto artistico, quando esso riduce il prodotto artistico a prolungamento narcisistico dell’autore; pensate al proliferare, anche nella nostra musica, dell’urgenza di parlare di sé stessi tipica del nostro tempo, in cui tutti raccontano i cazzi propri in privato e alla TV, che si esplica nelle liriche delle canzoni redatte spesso in prima persona e vertenti sulle vicende emotive e private di chi canta. L’attenzione che spesso si pone nei confronti di un progetto artistico-musicale è rivolta alla band e al solo fatto che essa esiste, e non tanto a ciò che essa intende comunicare con le proprie canzoni. Per non parlare delle vere e proprie manifestazioni di divismo, diffuse anche nell’ambiente dell’hardcore… Ancora una volta a predominare è l’individuo che anela ad esser percepito in quanto tale, la soggettività che cerca consensi, che aspira al riconoscimento della propria presunta eccezionalità rispetto alla massa. Ancora una volta non importa il contenuto comunicativo di ciò che si fa, ma importa il fatto di porre sé stessi in campo, di trarre giovamento dalla propria attività, di essere riconosciuti all’interno di una comunità e di esistere nella propria specificità di “artista”. Un aspetto decisivo emerge: lo scopo dell’autoproduzione musicale non è la vendita di un prodotto (e, – attenzione! – non c’è differenza se il prodotto è un oggetto o è sé stessi!), ma la “comunicazione controculturale”: ovvero mostrare che fare/dire le cose in un’altra maniera è possibile. E per “altra maniera” non intendo semplicemente “da sé”; intendo secondo logiche che capovolgono il mondo dei valori estetici, concettuali, sociali ed economici del nostro fottuto e decrepito mondo. O le cose stanno così o l’autoproduzione non ha alcun senso.

L’autoproduzione musicale la si vuole sempre e solo intendere come “produzione di prodotti alternativi”. Sarebbe meglio concepirla come “produzione alternativa di prodotti”. Un approccio al fatto artistico che prescinda da ogni ovvietà non solo estetica e concettuale, ma anche materiale ed economica rispetto alla cultura tirannica della mercificazione.
Non più vendere, ma donare. Non più comprare, ma barattare. Non più concerti, ma meeting. Non più pubblico, ma interlocutori. Non più tasse di ingresso ai concerti, ma solidarietà ai gruppi e condivisione delle loro necessità. Basta con i palchi: si suona per terra insieme agli altri. Non esiste che si sta fermi ai concerti: o si balla, o si parla. Insomma: si condivide. Gridare come pazzi dev’essere la prassi… Abbasso le sette musicali, abbasso le etichette di genere, evviva i gruppi di affinità, evviva l’identità sfuggente. Fantasia e immaginazione sì, emulazione e ortodossia no. Questi sono solo dei suggerimenti per affrontare il futuro. D’altronde, il mondo in cui viviamo è vecchio e moribondo: spetta a noi menargli il colpo di grazia! … Abbasso i Luoghi, viva le Situazioni!

Puj

the Kalashnikov collective

http://www.radioriot.org/articoli/recenti_riflessioni_su_autoproduzione_e_dintorni

UNA NUOVA LEGGE CONTRO LA LIBERA CIRCOLAZIONE DEI CONTENUTI… A CHI CONVIENE?

March 2nd, 2009 by Insula Dulcamara

Tra circa un mese, così come annunciato orgogliosamente dal Comitato Anti-Pirateria del governo Berlusconi, sarà pronta una proposta di legge contro il p2p e la libera circolazione dei contenuti su internet. Già da ora però non è difficile immaginare chi ne farà le spese: la stragrande maggioranza degli utenti del web, e tutti quelli che utilizzano la rete per accedere liberamente a quei contenuti che il mercato editoriale, discografico e cinematografico ha trasformato in privilegi, a disposizione solo di chi può ancora spendere nei megastore della grande distribuzione. Questa nuova offensiva nei confronti dell’accesso alle conoscenze è innanzitutto l’ennesima puntata di una battaglia interna al grande capitale, tra soggetti economici in competizione tra loro. Soggetti che, già da qualche anno, utilizzano gli autori, gli artisti, gli appassionati e i semplici utenti come carne da macello per alimentare, di volta in volta, l’uno o l’altro modello di business. Infatti da un lato ci sono gli editori e la grande distribuzione “tradizionaleâ€, aggrappati con le unghie e con i denti al copyright nella sua versione più rigida ed escludente, quella del “tutti i diritti riservati†(fino a pochi anni fa l’unica che conoscevamo); dall’altro le nuove aziende che operano prevalentemente sul web. Aziende che traggono profitto dalla pubblicità abbinata ai contenuti immessi dagli utenti, e dalla raccolta dei loro dati e preferenze, da utilizzare poi per campagne di marketing mirate e per la produzione ad hoc di nuovi prodotti (pensiamo ai vari Google, Youtube, MySpace, Facebook etc). Per quest’ultimi soggetti il copyright va bene solo in alcuni casi: quando riguarda il proprio marchio o i propri software. Mentre per quel che concerne le opere d’ingegno e i contenuti che veicolano (realizzate, stavolta, dagli autori e dagli utenti del web) si auspica ipocritamente un ammorbidimento della normativa, per arrivare a quello che un triste slogan ha definito un “copyright flessibileâ€. Flessibile, per adattarsi meglio alle proprie strategie d’impresa, non certo per compensare gli autori indipendenti che, in questo contesto, sono totalmente esclusi da qualsiasi ripartizione di proventi. Risulta chiaro che in nessuno di questi due casi si va incontro alle necessità degli utenti della rete, che li si consideri fruitori o autori di contenuti. Questi, infatti, o sono costretti a ricorrere all’illegalità (spesso con la complicità tutt’altro che disinteressata delle aziende di cui sopra), oppure si trovano ad interagire in ambienti sempre più mercificati e standardizzati. Dal punto di vista politico-legislativo, questo conflitto più o meno latente (si pensi alla richiesta plurimilionaria di risarcimento danni avanzata l’estate scorsa da Mediaset nei confronti di Youtube), che non di rado viene gestito con accordi e partnership temporanee, ha dato adito, negli Stati Uniti così come nei paesi europei, ad una serie di proposte che hanno cercato “soluzioni di compromessoâ€, a partire però sempre e comunque da una decisa repressione della libera condivisione tra “peer†(“pariâ€). È in tale quadro che si possono comprendere le ultime iniziative in merito del governo italiano. Partiamo dal 15 Settembre 2008, giorno in cui è stato istituito presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri il sopracitato “Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale†composto da diversi soggetti istituzionali e dal presidente dell’immancabile S.I.A.E. Compiti di questo nuovo organismo: coordinare azioni contro la libera circolazione delle opere dell’ingegno e studiare e predisporre proposte di legge per reprimere questo fenomeno… Il tutto perfettamente in linea con la cosiddetta “Dottrina Sarkozyâ€, un pacchetto di norme messo a punto nel Novembre 2007, che arrivava a prevedere, in caso di download illegale, la sospensione dell’accesso ad internet e la chiusura dell’abbonamento (con tanto di pubblicazione su una “lista nera†dei pirati interdetti alla connessione). Tutto questo tramite la collaborazione dei provider, retribuiti per le loro prestazioni sbirresche come ogni vigilantes che si rispetti. Sebbene il presidente francese se la fosse preparata bene, pensando di sfruttare la sua presidenza del Consiglio dell’Unione Europea per far passare in tale sede le sue politiche, la sua “dottrina†è stata recentemente bocciata sia dal Parlamento che dalla Commissione Europea. Ciò non ha impedito che dalle nostre parti qualcuno non abbia perso tempo e, seguendo le orme della proposta francese, abbia fatto circolare in rete una bozza di disegno di legge che ne ricalca lo spirito e i contenuti. Infatti, se si entra nel merito delle disposizioni, si vede che gli elementi caratterizzanti del documento sono due. In primis si prevede esplicitamente il coinvolgimento dei “prestatori di servizi della società dell’informazione†a cui il governo attribuirebbe “specifici profili di diretta responsabilità civile, amministrativa e penale†e “obblighi di controllo e rendicontazione ai fini di una corretta attribuzione delle remunerazione ai corrispondenti titolari dei diritti sulle opere dell’ingegnoâ€. Un modo, insomma, di istituire dei veri e propri vigilantes della rete – e stavolta non vengono tirati in ballo soltanto i provider ma anche tutti gli altri intermediari della comunicazione che operano sul web… In secondo luogo, nella bozza del ddl si rafforza l’attività repressiva in senso stretto: si prevedono infatti “sistemi sanzionatori prevalentemente di natura civile ed amministrativa, nonché di natura penale per i casi più gravi di violazioni, intendendosi per tali non solo quelle di interessi maggiormente rilevanti, ma anche quelle caratterizzate da ripetitività, abitualità, professionalitàâ€. In ultimo, come se non bastasse, viene invocato anche un maggiore controllo governativo sui contenuti per la salvaguardia “dell’ordine pubblico e del buon costume  Come dire: un po’ di censura, magari nei riguardi di siti “scomodiâ€, non ci sta mai male. Questo mix di politiche di controllo e repressione (che molto probabilmente sarà alla base, da qui ad un mese, anche della proposta ufficiale del Comitato) dimostra, se ce ne fosse ancora bisogno, che le potenzialità insite nelle nuove tecnologie vogliono essere sfruttate solo per sostenere i profitti delle aziende leader del mercato del web e non certo per incoraggiare la libera circolazione di idee, saperi, conoscenze, strumenti informatici e contenuti artistico-letterari. Lottare contro questo progetto, sostenuto da imprese “vecchie†e “nuoveâ€, da “dinosauri†e “giovani creativiâ€, con l’assoluta collaborazione dei governi, è di importanza vitale per il futuro del web inteso come strumento per favorire l’accesso alla cultura e lo sviluppo delle conoscenze attraverso la collaborazione reciproca degli utenti. Concretamente, ciò vuol dire smascherare pubblicamente i meccanismi che operano in questa fase, praticare la libera condivisione dei contenuti sul web (e non solo) in maniera consapevole, e supportare i progetti di natura politica che promuovono queste pratiche, diffondere il No-Copyright come l’unica strada percorribile per gli autori e i fruitori di opere dell’ingegno tagliati fuori dal mercato “tradizionale†e digitale. E, ancora, vuol dire anche schierarsi decisamente contro tutte le leggi classiste e liberticide, per l’emancipazione degli autori/fruitori di cultura dalle esigenze di bilancio delle imprese, per una condivisione di contenuti realmente libera e non-mercificata.

COLLETTIVO POLITICO-MUSICALE GET UP KIDS!

www.get-up-kids.org

get-up-kids.noblogs.org

Crossroads Improring

February 4th, 2009 by Insula Dulcamara

Mercoledi’ 11 febbraio, tutti i membri dell’ Insula Dulcamara prenderanno parte – seppure a titolo di singoli musicisti – alla serata di improvvisazione free “crossroads improring“, che si terra’ al Cellar Theory di Napoli e da noi promossa. Per avere informazioni ulteriori e per richiedere di partcipare, seguite il link. (http://www.myspace.com/crossroadsimproring)

Aggiornamento Testi

January 4th, 2009 by Insula Dulcamara

Abbiamo aggiunto tre nuovi testi nella sezione che riguarda i brani che non abbiamo ancora inciso, ma che attualmente suoniamo ai nostri concerti. Li trovate qui.

Inigo’s Night

December 2nd, 2008 by Insula Dulcamara

Il 17 Gennaio prossimo, l’Insula Dulcamara prendera’ parte, assieme a tanti altri amici e musicisti, al concerto in memoria di Inigo, amico e cantautore napoletano. Il concerto si terra’ presso il Duel:Beat di Napoli.

TU TUBI

November 26th, 2008 by Insula Dulcamara

Tra i vari video che contengono la nostra musica rintracciabili su YouTube, da qualche giorno c’e’ anche un piccolo montaggio ricavato dalle immagini del concerto che abbiamo tenuto all’INIT di Roma il 14/11 scorso. Il tutto e’ stato spontaneamente ideato e curato da FabianDiRosa e lo si puo’ vedere qui. Noi ringraziamo.

DATA ANNULLATA

November 26th, 2008 by Insula Dulcamara

Il nostro concerto del 27/11 all’Havana Club/Madras e’ stato annullato a causa della temporanea chiusura del locale.