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Recenti riflessioni su autoproduzione e dintorni

Thursday, March 5th, 2009

Da sempre, nella scena punk/HC si fa un gran parlare di do it yourself e autoproduzione: tutti sono fieri di praticarla e ogni anno in nome di d.i.y. e autoproduzione si organizzano festival e meeting che rivendicano l’indipendenza della scena rispetto al circuito musicale ufficiale. Tutto sembra funzionare finché non ci si pongono delle domande. Mi è capitato di incontrare ragazzi coinvolti nell’autoproduzione musicale che si trovano a valutare l’efficacia della propria scelta autoproduttiva in termini di vendite, di costi, di ricavi, insomma secondo i parametri di una qualsiasi attività commerciale, ove ad una spesa corrisponde un profitto e dove la qualità di un’iniziativa è proporzionale al profitto che determina. E allora accade che ci si lamenti della scarsa coesione tra le realtà che animano la scena d.i.y., che si vendono pochi dischi perché la gente non li compra, che spesso gli auto-prodotti non hanno la qualità per essere “concorrenziali”, che ci vorrebbe un sistema di distribuzione più efficace… In questo modo si finisce per essere ingurgitati dai meccanismi che muovono ciò che si vuole osteggiare: il sistema, il mercato, la mercificazione dell’esistenza e dell’arte. In altri casi, altrettanto sterili e mortificanti, ho visto sbandierare acriticamente l’autoproduzione musicale come un valore assoluto, che puzza tanto di alibi dietro al quale si cela il desiderio frustrato di far parte di un qualche, seppur miserabile, music business.
Il fatto è che se si assimila l’autoproduzione ad una forma d’imprenditoria e di auto-promozione essa si riduce ad un’attività commerciale/promozionale di serie Z priva di speranza nel moderno mercato cannibale. Dall’altra parte, se si riduce l’autoproduzione allo stampare in proprio i dischi, pensando che ciò basti a giustificarne la bontà, si finisce per chiedersi, prima o poi, se essa abbia veramente senso. Il fatto è che l’autoproduzione, nell’ambito strettamente musicale, si riduce a mera produzione di manufatti di consumo nel momento in cui si riduce il punk/HC ad un semplice genere musicale. Se ciò che conta è solo la musica, allora lo scopo dell’autoproduzione diventa una forma di promozione musicale che, per quanto si sforzi di utilizzare canali alternativi rispetto a quelli comunemente intrapresi, risulta essere una banale impresa di tutela e sostegno di una produzione musicale di nicchia.

Io parto da un presupposto: per me la musica autoprodotta ha fascino solo se rappresenta una reale alternativa culturale rispetto a ciò che offre il mercato ufficiale. Non un surrogato, non un altro posto dove andare nel quale poi trovo le stesse regole e le stesse ovvietà che mi opprimono quotidianamente. Mi sto rendendo conto che, nella scena, parole come “creatività”, “comunicazione”, “arte” si usano sempre meno, a vantaggio di altre come “ignoranza” e “divertimento”. Tant’è che la gente ai concerti fa sempre più fatica ad acquistare dischi, ‘zine e libri, mentre non trova alcuna difficoltà a spendere decine di euro in birra. Riflettere su ciò che ci circonda, mettere in discussione alcune ovvietà, sforzarsi di smascherare i pregiudizi culturali, avviare una seria riflessione sul non-pensato… Autoproduzione e d.i.y così come sono oggi non mi piacciono più come un tempo: vorrei quindi fare un passo indietro e riflettere sulla complessa trama di valori e scopi che l’autoproduzione porta con sé.

Per me autoproduzione è riflesso di una cosciente attitudine critica verso l’esistente. L’urgenza di attuare un approccio critico verso la realtà circostante è una spinta alla conservazione della propria autonomia, in un contesto che tende drammaticamente ad uccidere il pensiero e la fantasia. Autoproduzione non può ridursi ad una semplice detenzione dei mezzi di produzione e distribuzione, e quindi ad un’indipendenza “materiale”; a quest’ultima va necessariamente affiancata un’indipendenza “culturale”: costruire un sistema di valori e prassi che vìolino apertamente e coscientemente quelli che imperano nella moderna società dei consumi. Ciò implica inevitabilmente l’essere creativi e ambiziosi (non ignoranti e spensierati). L’imperativo di chi sospetta che le leggi del mondo non siano immutabili e che valga la pena aggredire l’esistente anziché subirlo, è uno solo: pensare e formulare alternative; folli, provocatorie, improbabili che siano. E possibilmente metterle in pratica. Leggere l’antagonismo come incessante spinta critica, come opera mai conclusa di decostruzione/ricostruzione dell’esistente, e non come opposizione militaresca ad un nemico pantagruelico, è un buon modo per praticarlo in modo intelligente. In questa prospettiva, l’autoproduzione non si deve, innanzitutto, porre come arma attraverso la quale smantellare l’egemonia delle multinazionali della cultura, dato che per combattere il nemico si finirebbe per utilizzare le sue armi e le sue strategie; piuttosto l’autoproduzione deve delinearsi come pratica in grado di contraddire e capovolgere prassi e gerarchie che sono proprie del sistema capitalistico nel quale viviamo, rappresentando una dimensione autonoma e rivendicando, in ogni momento, la propria estraneità rispetto ad esso. Poniamo l’attenzione insomma su ciò che l’autoproduzione, nella sua pratica, distrugge piuttosto che su quello che essa costruisce (il prodotto): sulla sua azione controculturale, sulla libertà che ha di infrangere regole e spezzare catene. Autoproduzione travalica il semplice fatto musicale o artistico per intraprendere un’opera di demolizione delle prassi e delle convenzioni di cui siamo schiavi. Autoprodurre significa produrre in modo “illogico”, ovvero fuori dalle regole che la società dei consumi impone spacciandole per eterne. E più essa è illogica, più infrange standard anziché definirne, più si muove “aldifuori” del terreno coltivato e delle strade asfaltate, più è efficace e funzionale allo scopo.

E’ necessario quindi comprendere che l’autoproduzione incorpora una rete di significati che vanno individuati, chiariti e soprattutto esplicitati attraverso la prassi. Per esempio: il rifiuto della proprietà artistica, il rifiuto della divisione del lavoro, la demistificazione dell’industria culturale, la riappropriazione della creatività, l’uso della pratica artistica a scopi esistenziali, il rifiuto del prezzo imposto e in generale del denaro stesso, rifiuto della pratica artistica come imitazione di modelli, l’autogestione del prodotto artistico e il rifiuto della figura dell’artista così come è concepito nella nostra cultura occidentale e borghese, compresa ogni forma di mitizzazione ed idolatria. Rifiutare la proprietà come privilegio reale di pochi, preferendo un concetto di proprietà collettiva dai limiti cangianti, significa per l’autoproduzione rifiutare il diritto d’autore in quanto invenzione dell’industria borghese della cultura per tutelare sé stessa e il profitto legato allo sfruttamento dell’artista; e quindi anche rifiuto di quest’ultimo, nella sua accezione di creatura sensazionalistica che l’industria plasma a proprio piacimento. Egli s’illude di essere “produttore”, quando è egli stesso prodotto mercificato, l’oggetto sugli scaffali dei supermercati. Il prodotto che l’industria vende non è la canzone della cantate pop, ma la stessa cantante-feticcio, reificata e resa merce adatta a solleticare l’interesse distratto delle masse. Demolire la figura dell’artista modellata dalla cultura ufficiale è un primo importante passo per entrare in sintonia con l’autoproduzione come arte “extra-ordinaria” e “illogica”, che si fa prassi critica e progetto politico. Prima di scegliere i propri strumenti e i propri linguaggi, la pratica artistica che voglia porsi criticamente nei confronti dell’esistente è chiamata ad un’impresa ben più ardua: riflettere sui pregiudizi e le ovvietà con le quali ciascuno di noi si approccia alla produzione artistica; tali ovvietà orbitano, ad esempio, attorno alla mitologia dell’artista raccontata dai mass media e dall’industria della (pseudo)cultura popolare, dalla quale tutti, incantati e affascinati, più o meno coscientemente traiamo ispirazione per le nostre fantasie. Da rifiutare, se vogliamo essere realmente alternativi, è innanzitutto il carattere autoreferenziale del gesto artistico, quando esso riduce il prodotto artistico a prolungamento narcisistico dell’autore; pensate al proliferare, anche nella nostra musica, dell’urgenza di parlare di sé stessi tipica del nostro tempo, in cui tutti raccontano i cazzi propri in privato e alla TV, che si esplica nelle liriche delle canzoni redatte spesso in prima persona e vertenti sulle vicende emotive e private di chi canta. L’attenzione che spesso si pone nei confronti di un progetto artistico-musicale è rivolta alla band e al solo fatto che essa esiste, e non tanto a ciò che essa intende comunicare con le proprie canzoni. Per non parlare delle vere e proprie manifestazioni di divismo, diffuse anche nell’ambiente dell’hardcore… Ancora una volta a predominare è l’individuo che anela ad esser percepito in quanto tale, la soggettività che cerca consensi, che aspira al riconoscimento della propria presunta eccezionalità rispetto alla massa. Ancora una volta non importa il contenuto comunicativo di ciò che si fa, ma importa il fatto di porre sé stessi in campo, di trarre giovamento dalla propria attività, di essere riconosciuti all’interno di una comunità e di esistere nella propria specificità di “artista”. Un aspetto decisivo emerge: lo scopo dell’autoproduzione musicale non è la vendita di un prodotto (e, – attenzione! – non c’è differenza se il prodotto è un oggetto o è sé stessi!), ma la “comunicazione controculturale”: ovvero mostrare che fare/dire le cose in un’altra maniera è possibile. E per “altra maniera” non intendo semplicemente “da sé”; intendo secondo logiche che capovolgono il mondo dei valori estetici, concettuali, sociali ed economici del nostro fottuto e decrepito mondo. O le cose stanno così o l’autoproduzione non ha alcun senso.

L’autoproduzione musicale la si vuole sempre e solo intendere come “produzione di prodotti alternativi”. Sarebbe meglio concepirla come “produzione alternativa di prodotti”. Un approccio al fatto artistico che prescinda da ogni ovvietà non solo estetica e concettuale, ma anche materiale ed economica rispetto alla cultura tirannica della mercificazione.
Non più vendere, ma donare. Non più comprare, ma barattare. Non più concerti, ma meeting. Non più pubblico, ma interlocutori. Non più tasse di ingresso ai concerti, ma solidarietà ai gruppi e condivisione delle loro necessità. Basta con i palchi: si suona per terra insieme agli altri. Non esiste che si sta fermi ai concerti: o si balla, o si parla. Insomma: si condivide. Gridare come pazzi dev’essere la prassi… Abbasso le sette musicali, abbasso le etichette di genere, evviva i gruppi di affinità, evviva l’identità sfuggente. Fantasia e immaginazione sì, emulazione e ortodossia no. Questi sono solo dei suggerimenti per affrontare il futuro. D’altronde, il mondo in cui viviamo è vecchio e moribondo: spetta a noi menargli il colpo di grazia! … Abbasso i Luoghi, viva le Situazioni!

Puj

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